Agrivoltaico, Legambiente: «Superare la logica della contrapposizione per governare la transizione energetica»

Il dibattito sull’agrivoltaico in Maremma riapre la discussione su come governare la transizione energetica: per Legambiente non è più tempo di contrapporre rinnovabili e tutela del territorio, ma di entrare nel merito dei progetti, fissare regole chiare e avviare processi territoriali capaci di orientare le scelte.

Gentili, (responsabile agricoltura Legambiente): “Il tempo per uscire dalle fonti fossili è poco e la politica deve assumersi la responsabilità di accelerare.”

 

Il dibattito che in queste settimane accompagna lo sviluppo dell’agrivoltaico in Maremma e, più in generale, in Italia rischia di restare intrappolato nella contrapposizione tra chi dice sì e chi dice no. Per Legambiente è arrivato il momento di cambiare passo. La crisi climatica e quella energetica non lasciano più spazio agli alibi: servono sempre più energie rinnovabili, servono progetti e serve una politica capace di governare questa trasformazione, non di subirla.

«Dobbiamo smettere di alimentare una contrapposizione che non aiuta i territori – dichiara Angelo Gentili, responsabile agricoltura di Legambiente. Non possiamo pensare che ogni progetto sia automaticamente buono, ma nemmeno utilizzare ogni criticità come un alibi per non fare. Il tempo che abbiamo davanti è poco e la transizione energetica non può essere rimandata. I progetti servono, le rinnovabili servono e la politica deve assumersi la responsabilità di scegliere, stabilire regole chiare e accompagnare i territori nei processi di trasformazione».

Per Legambiente, dunque, la questione non è essere genericamente favorevoli o contrari all’agrivoltaico, ma decidere come realizzarlo e quali condizioni debbano essere rispettate. Qualità progettuale, tutela del suolo e del paesaggio, continuità e qualità della produzione agricola, biodiversità, benefici per le aziende e per le comunità locali, trasparenza e partecipazione devono diventare gli elementi sulla base dei quali valutare gli interventi.

«La vera domanda non è se vogliamo o non vogliamo le rinnovabili – prosegue Gentili. La domanda è come vogliamo costruire la transizione energetica nei nostri territori. L’agrivoltaico, quando progettato correttamente, può mettere in relazione produzione agricola e produzione di energia e può rappresentare anche una risposta alla crescente fragilità delle coltivazioni di fronte alla crisi climatica. Ma questo richiede progetti seri, il coinvolgimento dell’agricoltura come protagonista, controlli efficaci, regole chiare e una visione politica di lungo periodo».

Per l’associazione non esiste una soluzione unica. Il fotovoltaico sui tetti, sulle aree industriali, sui parcheggi e sulle superfici già trasformate deve continuare a essere una priorità, così come devono crescere efficienza energetica, comunità energetiche e tutte le altre fonti rinnovabili. Ma nessuna di queste soluzioni può diventare un alibi per rallentare la decarbonizzazione o per rinviare decisioni ormai necessarie. Senza la realizzazione di impianti eolici, fotovoltaici a terra – da privilegiare nelle aree dismesse, degradate e soggette a bonifica – e di impianti agrivoltaici, sviluppati in forte sinergia con il comparto agricolo, non sarà possibile raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti in termini di decarbonizzazione, superamento delle fonti fossili e autonomia energetica.

«Riempire i tetti di pannelli è fondamentale, ma non basta – sottolinea Gentili. Abbiamo bisogno di un sistema energetico completamente diverso da quello basato sulle fonti fossili e per costruirlo servono tutte le soluzioni disponibili. Il punto non è mettere una tecnologia contro l’altra, ma accelerare, scegliendo bene e facendo in modo che ogni intervento produca valore anche per i territori».

È proprio sui territori che, secondo Legambiente, deve aprirsi ora una nuova fase. Non basta autorizzare o respingere singoli progetti: occorre costruire processi territoriali capaci di mettere attorno allo stesso tavolo amministrazioni, imprese agricole, comunità energetiche, cittadini, tecnici e imprese. La transizione va governata, i progetti non vanno subiti ma gestiti e resi utili alle potenzialità e le caratteristiche dei territori

«La politica deve fare la sua parte – conclude Gentili. Deve creare le condizioni perché i territori possano affrontare la transizione con strumenti, regole e visione. Ci sono amministrazioni, aziende agricole e comunità che stanno già cercando soluzioni: è da queste esperienze che dobbiamo partire per costruire processi più solidi e partecipati, realizzare impianti modello , incentivare ricerca e sperimentazione ».

Per Legambiente, la sfida non è scegliere tra ambiente e sviluppo, né tra agricoltura e rinnovabili. È decidere quale modello di transizione energetica vogliamo costruire e avere il coraggio politico di realizzarlo. Le criticità vanno affrontate, gli impatti valutati e gli errori evitati. Ma non possono diventare l’ennesimo alibi per rimandare.Inoltre siamo di fronte a gravi conseguenze strettamente connesse con  i cambiamenti climatici per le nostre colture , la forte siccità , le temperature estreme , l’eccessiva insolazione , stanno mettendoo purtroppo in ginocchio la nostra agricoltura: dalla minore produzione vitivinicola ed olivicola ai danni ingenri per l’ortofrutta. Gli  impianti agrivoltaici possono divenire un valido supporto oltre che per generare energia rinnovabile e per restituire reddito aggiuntivo , per  assicurare  ombreggiamento , minore evapotraspirazione  e riduzione dei  danni provocati dalle alte temperature .

Le altissime temperature di questa estate che si preannucia purtroppo come la più fresca rispetto a quelle dei prossimi anni , ci dimostrano con estrema evidenza che il paesaggio dei nostri territori sarà inesorabilmente  modificato purtroppo non tanto dalle rinnovabili ma dalla grave crisi climatica che stiamo subendo.

Il tempo della contrapposizione deve lasciare spazio al tempo delle scelte. Abbiamo bisogno di progetti di impianti agrivoltaici realizzati con processi partecipati , che assicurino la coltivazione sotto i pannelli e che coinvolgano in prima persona le istituzioni locali e soprattutto  il mondo agricolo fin dalle prime fasi di pianificazione . E soprattutto serve una politica capace di attivare processi sui territori e accompagnare concretamente l’Italia verso l’uscita dalle fonti fossili.

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