PROTESTE DEGLI AGRICOLTORI D’EUROPA: IL VERO NEMICO È LA CRISI CLIMATICA

Gli agricoltori d’Europa sono scesi in strada. Le loro proteste sono rimbalzate da Est a Ovest, da Nord a Sud, tra televisioni e social. Un’onda travolgente di dissenso coltivato – in tutti i sensi – e cresciuto in un contesto sociale ed economico che sempre di più mette a dura prova la sopravvivenza delle migliaia tra donne e uomini che vivono di agricoltura. Semplificare il significato delle proteste rischia di essere fuorviante. Trasformarle in uno strumento politico in vista delle prossime elezioni europee sarebbe senza alcun dubbio un errore gravissimo.

 

Come al solito, la verità non trova spazio nella dimensione mediatica. Al contrario, si annida in una piega della storia contemporanea che vede le agricoltrici e gli agricoltori – soprattutto quelli piccoli e medi – soccombere al cospetto di una diminuzione drastica del proprio reddito e di una impennata ingestibile dei costi vivi. A questa combo di per sé esplosiva, si sono aggiunti i gravi squilibri a carico di rese e produzioni. La guerra in Ucraina, la grave crisi economica, gli effetti della crisi climatica sono state variabili che hanno inciso in maniera significativa  nella vita quotidiana degli operatori del mondo  agricolo. Basti pensare al fatto che, solo in Italia, nel 2023 sono stati quarantuno gli eventi meteorologici estremi. Un numero elevatissimo, che ha generato danni per oltre sei miliardi di euro. Alluvioni, grandinate, gelate e siccità sono ormai calamità tristemente quotidiane da cui è assai difficile difendersi. Di fronte a questo scenario, i rappresentanti del primo anello della catena legata alla produzione di cibo appaiono come i soggetti più deboli, meno remunerati a causa di una filiera distributiva che non tiene conto dei loro interessi e troppo spesso declinata esclusivamente alla speculazione.

 

Un fronte, quello speculativo, su cui vale la pena soffermarsi. Le enormi differenze che esistono tra quanto vengono pagati i prodotti agricoli all’origine e il prezzo finale sono fin troppo evidenti e dimostrano l’impotenza di chi produce i prodotti della terra rispetto alle assurde leggi del mercato. Caso eclatante è quello del basso prezzo del grano, produzione che mette in enorme difficoltà aziende di ogni dimensione. Una situazione allarmante ed esasperante che, però, non giustifica affatto l’accusa all’indirizzo delle politiche ambientali europee.

 

Il Green deal non è il nemico. È, al contrario, un programma ambientale creato allo scopo di agevolare i percorsi di decarbonizzazione dell’Europa. Certo, gli obiettivi sono sfidanti, ma la crisi climatica lo è altrettanto e alternative a una transizione veloce e ben fatta non esistono. Le agricoltrici e gli agricoltori devono avere ben chiaro che dal Green deal passa il loro futuro e non la loro fine. Mettere in discussione le  strategie europee come la From farm to fork e la Biodiversity 2030 significa stravolgerne completamente i presupposti. Il cambiamento di rotta in ambito agricolo in favore della sostenibilità non è una punizione né la chiara volontà di affossare un’economia. Ciò che chiede l’Europa è esattamente ciò di cui l’agricoltura ha bisogno per poter sopravvivere. Il 25% in più di superficie coltivata con metodo biologico, la riduzione del 50% dell’utilizzo degli antibiotici negli allevamenti, il raggiungimento del 10% in più di aree ad alta biodiversità, la riduzione del 50% dell’utilizzo di fitofarmaci sono traguardi minimi strategici, non procrastinabili e, di certo, non un ostacolo.

 

Il Green deal è un alleato strategico del settore agricolo. Anche solo pensare di stare alla larga da misure ambientalmente sostenibili in agricoltura significherebbe sancire la fine di ogni qualsivoglia attività agricola nei prossimi decenni. La crisi climatica, sovvertendo ogni previsione, corre velocissima e nessun trattore per strada riuscirà a fermarla. Stare dalla parte giusta del presente significa unirsi per fare in modo che la transizione ecologica rappresenti un impegno comune. Strumentalizzare i disagi e la mancanza di sicurezza economica, significa, invece, alimentare il pericoloso meccanismo di causa ed effetto di cui gli agricoltori dovrebbero essere ben consapevoli, dovendo quotidianamente fare i conti a cielo aperto con un clima impazzito.

 

L’auspicio, pertanto, è che i toni si abbassino e si riesca a imboccare la strada del dialogo, partendo dal presupposto che l’unico vero nemico è chi difende le fossili e rallenta la transizione ecologica, strumentalizzando le legittime e indiscutibili ragioni di chi opera nel settore. Ciò al netto del fatto che molto può e deve essere migliorato. La PAC, ad esempio, per troppo tempo ha elargito finanziamenti a pioggia, premiando soprattutto le aziende più grandi (l’80% delle risorse sono state destinate solo al 20% delle aziende) e mettendo da parte i piccoli agricoltori. Un aspetto, questo, da correggere, mettendo al centro le medie e piccole aziende e le buone pratiche virtuose che favoriscono una produzione più sostenibile. Serve poi un supporto sempre più concreto alla transizione del settore, snellendo la burocrazia, garantendo assistenza tecnica e politiche a sostegno del reddito, non lasciando sole le aziende agricole di fronte alle speculazioni del mercato finanziario e dei grandi gruppi.

 

In questa riflessione è utile anche non spegnere i riflettori sul fatto che quello agricolo è un settore vittima e carnefice della crisi climatica. Il dato che indica il settore zootecnico come responsabile di due terzi delle emissioni dell’intero comparto non è da sottovalutare.  Alla luce di ciò, raggiungere gli obiettivi legati alla transizione ecologica e alla salvaguardia della biodiversità agricola e naturale, all’incremento della fertilità dei suoli per contrastare la desertificazione, alla diminuzione degli input chimici, idrici ed energetici, a una maggiore qualità dei prodotti, alla lotta integrata, alla drastica diminuzione di agricoltura e allevamento intensivi, a una sempre più intensa ricerca in innovazione, all’aumento del biologico appare quanto mai necessario. L’unica risposta è l’agroecologia. Non solo un modello che assicura una maggiore resilienza nei confronti della crisi climatica, ma anche  uno strumento capace di salvaguardare ecosistemi, abbattere le emissioni, generare prodotti più salubri per i consumatori e garantire una maggiore competitività. Se abbinata al made in Italy, l’agroecologia rappresenta una scommessa vincente anche sotto il profilo economico.

 

Sia ben chiaro: pensare di lasciare che del passaggio verso la sostenibilità se ne facciano principalmente carico gli operatori del settore è un errore. Le agricoltrici e gli agricoltori devono essere sostenuti e premiati per i servizi ecosistemici che svolgono, per il lavoro di contrasto alla desertificazione dei suoli, per quello sul fronte dell’incremento della biodiversità agricola e naturale, per l’impegno rivolto a ottenere prodotti sempre più salubri, favorendo fortemente il biologico come, del resto, prevede il piano strategico nazionale della PAC. Certamente, non è congelando gli obiettivi delle strategie europee, non prevedendo diminuzioni dell’utilizzo dei pesticidi né la presenza di aree ad alta biodiversità come siepi e boschetti nei campi che si daranno risposte concrete alle esigenze dell’agricoltura. Ciò contribuirà solo a una marcia indietro paradossale e assurda sul cammino verso una transizione che non può permettersi battute di arresto.

 

Le agricoltrici e gli agricoltori devono essere i soggetti strategici del cambiamento in chiave ambientale del settore, contribuendo concretamente e senza indugi a raggiungere gli obiettivi indicati dall’Europa, già messi in atto da molti operatori come quelli del settore biologico (in crescita esponenziale), dalle piccole aziende agricole delle aree marginali collinari e montane, presidi territoriali e antidoto contro l’abbandono dei campi, da quelle che stanno investendo nel ricambio generazionale, nell’innovazione digitale e tecnologica, nella gestione corretta degli usi irrigui, nell’efficienza energetica, nelle energie rinnovabili, nella decarbonizzazione.

 

Realizzare un modello di agricoltura in grado di rispondere alle esigenze dei consumatori che chiedono cibo più sano e di filiera corta, capace di mettere in pratica la transizione ecologica e pensato per sostenere il reddito degli agricoltori è l’unica via. Lavoriamo tutte e tutti insieme in questa direzione.

 

Angelo Gentili

Responsabile agricoltura Legambiente